Finalmente è arrivato il giorno che tutti aspettavamo!
Sono appena uscita dalla sala e ho sentito il bisogno di fermarmi un attimo e mettere nero su bianco le mie prime impressioni sul tanto atteso e discusso film “Cime Tempestose” di Emerald Fennell.
Ho la sensazione di aver assistito non a un adattamento, ma a un atto di appropriazione. Emerald Fennell non mette in scena Cime Tempestose: lo smonta, lo attraversa, lo forza, e poi lo restituisce come un oggetto nuovo, febbrile, volutamente eccessivo. Non è un film che cerca fedeltà, come era stato già evidenziato dalla critica. Cerca reazione.
Fin dalla sequenza iniziale è chiaro che non ci sarà alcuna eleganza polverosa da period drama rassicurante.
L’atmosfera è carnale, inquieta, a tratti grottesca. La brughiera non è solo paesaggio: è corpo vivo, spazio di pulsioni trattenute e poi liberate. Fennell insiste sull’elemento fisico del desiderio, rendendo esplicito ciò che nel romanzo rimane sotterraneo. Il risultato è disturbante, ma coerente con la sua idea di cinema: emotivo, provocatorio, mai neutro.
Anche se non mi piace imbrigliare un film così complesso in un voto, se dovessi dare delle stelle, sarebbe 4 /5 :⭐⭐⭐⭐☆
La stella mancante riguarda la costruzione della tensione erotica e passionale, che avrei voluto ancora più incisiva e potente. E non sto parlando di scene sessuali, parlo appunto di tensione.
Se ripenso a quanto ho pianto leggendo il nostro romanzo del cuore, alle pagine stropicciate tra le dita gelate perché troppo crude, troppo dolorose, a come abbiamo compreso sulla pelle la forza distruttiva di un’ossessione che non smette di perseguitare nemmeno dopo la morte, faccio fatica a dire che il film di Fennell riesca a sfiorare quella stessa intensità emotiva e trasformativa.
Non davvero. Non fino in fondo.
Ecco forse manca proprio quella componente dopo la morte, il fantasma di Catherine che perseguita Heathcliff e che si esprime perfettamente in quella dichiarazione che ti strappa l’anima:
Catherine Earnshaw, possa tu non trovar mai riposo fin ch’io vivo! Tu dici che io ti ho uccisa: tormentami, allora. Le vittime perseguitano i loro assassini, io credo. Io so di fantasmi che hanno errato sulla terra. Sta sempre con me… prendi qualunque forma… rendimi pazzo! Ma non lasciarmi in questo abisso, dove non ti posso trovare! Oh Dio, è impossibile! Non posso vivere senza la mia vita, non posso vivere senza la mia anima!
Margot Robbie è una Catherine che brucia
Margot Robbie costruisce una Catherine lontana da ogni stereotipo romantico. Non implora amore: pretende di essere percepita, attraversata, capita nella sua eccessività. È febbrile, magnetica, spesso sgradevole nella sua lucidità. Non è una vittima, ma nemmeno un’eroina emancipata nel senso più semplice del termine. È una donna che desidera senza misura.
Il suo corpo è sempre in movimento nella prima parte del film: corre nella brughiera, si sporca, ride troppo forte, guarda senza abbassare gli occhi. Quando entra nel mondo ordinato dei Linton, qualcosa si irrigidisce. Gli abiti diventano più armoniosi, i gesti più contenuti. Edgar la ama come si ama un’opera preziosa: la espone, la valorizza, quasi la cristallizza. E lei, lentamente, perde profondità.
Con Heathcliff, invece, la relazione non è conforto ma collisione. La celebre frase “Io sono Heathcliff” qui non suona come romanticismo adolescenziale, ma come dichiarazione ontologica: Catherine non accetta separazione. Vuole fusione. Vuole assoluto. E proprio questa tensione verso l’eccesso la rende tragica e contemporanea.
Robbie è impressionante nel rendere questa frattura interiore: basta uno sguardo che si spegne o un sorriso che si incrina per far intuire il conflitto tra forma sociale e impulso primordiale.
E poi i suoi costumi, per me sono pura magia! Non vogliono definire l’epoca, ma tradurre emozioni. Ogni abito diventa un’estensione dello stato d’animo di Cathy, un modo per renderne visibile l’instabilità.
Catherine non appartiene mai davvero a un tempo preciso: è una figura sospesa, quasi fuori asse rispetto al mondo che la circonda. E il suo guardaroba riflette questa natura irrequieta e contraddittoria. Il rosso, che la accompagna come un filo conduttore per tutto il film, ritorna nei momenti chiave, così come i tessuti lucidi, vibranti, quasi inquieti.
Questi elementi dialogano con le scenografie in modo potentissimo, amplificando quella sensazione di artificio consapevole e teatralità che attraversa l’intera pellicola, come se tutto, costumi compresi, fosse parte di una messa in scena emotiva più che storica.

Un Heathcliff seducente e crudele
Jacob Elordi interpreta un Heathcliff meno selvaggio nell’aspetto rispetto all’immaginario tradizionale, ma emotivamente feroce. Il suo ritorno è costruito come un atto di potere: non più ragazzo umiliato, ma uomo consapevole della propria capacità di ferire.
La relazione clandestina tra i due esplode in modo esplicito, fisico, quasi sfacciato. Fennell accentua la componente erotica fino a renderla elemento centrale della narrazione, ma non la spinge mai all’eccesso come si era immaginato. A tratti la provocazione sembra calcolata, ma non gratuita: il desiderio qui è strumento di dominio, vendetta, affermazione.
Emerald Fennell modella attorno a Jacob Elordi un Heathcliff che sembra nato per abitare quel corpo e, insieme, per non starci mai davvero dentro. La sua figura slanciata invade gli spazi di casa Earnshaw con un’inquietudine silenziosa: i soffitti paiono incombere su di lui come una gabbia invisibile, costringendolo a piegarsi, a contenere una fisicità che non trova misura negli interni domestici. È come se le stanze tentassero di addomesticarlo, di ridurre la sua eccedenza.
Ma è all’aperto che la sua presenza si compie. Nella brughiera, tra nebbia e vento, il suo corpo si staglia netto, quasi fosse parte del paesaggio stesso, un tronco scuro, solitario, temprato dalle intemperie. I capelli sciolti, i vestiti consunti, la pelle segnata dal freddo lo restituiscono come una creatura primordiale, più affine alla terra che alle convenzioni sociali. Solo accanto a Catherine quella furia sembra trovare un centro, una tregua momentanea.
La scelta di Fennell non insiste sull’aderenza etnica al personaggio di Emily Brontë: oggi non è questo a turbare lo spettatore. Ciò che davvero destabilizza è l’intensità senza filtro che questo Heathcliff incarna, una forza istintiva, quasi brutale, che stride contro un mondo fondato sulla disciplina e sull’autocontrollo.
Heathcliff resta un corpo estraneo. Non appartiene alla ricchezza che lo circonda, né gli è concesso amare apertamente. È l’elemento dissonante, l’ombra che incrina l’ordine. E proprio in questa frattura, in questa inadeguatezza ostinata, si accende il suo magnetismo: un fascino oscuro, intriso di desiderio e ribellione, che rende impossibile distogliere lo sguardo.

Un classico “messo tra virgolette”
La scelta più radicale è narrativa: Fennell elimina intere parti del romanzo e diversi personaggi, comprime la struttura, cancella la dimensione generazionale e si concentra solo sul nucleo della storia: un amore che brucia l’anima, un legame indissolubile che nasce sin dalle prime scene, fra due bambini uniti nel degrado, nelle brutture e da una vita priva di affetti. Due anime che anche crescendo diventano inseparabili, non posso vivere stando lontani ma quando si trovano si danno il tormento.
L’estetica è volutamente anacronistica. I costumi mescolano epoche e suggestioni contemporanee; la colonna sonora è dirrompente e vera anima del film, alternando orchestrazioni gotiche a inserti musicali spiazzanti. Tutto contribuisce a creare uno scarto tra passato e presente. Non è lo Yorkshire del 1847: è una brughiera mentale, filtrata dallo sguardo di oggi.

Funziona?
Non sempre. Alcuni momenti risultano sovraccarichi, alcune metafore troppo insistite. La volontà di scioccare a volte supera la necessità narrativa. Sicuramente la prima parte del film è più calibrata, la seconda più eccessiva. Ma è impossibile restare indifferenti.
Questo Cime Tempestose non chiede di essere amato. Chiede di essere discusso. Ed è proprio in questa tensione che si avvicina allo spirito del romanzo. Con ogni probabilità dividerà l’opinione pubblica, proprio come fece Emily Brontë nel 1847.
Per alcuni sarà uno scandalo, per altri la rinascita, audace e necessaria, del grande film d’epoca. Parlo di film epici e travolgenti come Via col vento o Orgoglio e pregiudizio.
Personalmente, ho trovato affascinante la sua ambizione. Fennell non ha voluto addolcire la febbre del romanzo: l’ha trasformata in combustione visibile.
E forse è proprio questo il punto.
Cime Tempestose non è mai stato una storia d’amore consolatoria. È sempre stato un incendio.
I miei 5 motivi per andare a vedere Cime Tempestose (anche se hai dei dubbi)
1. Perché l’amore non è sempre comfort e questo film lo dimostra.
Non è una rom-com rassicurante. È un amore sporco, eccessivo, a tratti tossico. Se ti hanno sempre venduto Heathcliff e Catherine come icona romantica, qui li vedrai per quello che sono: una combustione. E forse è proprio questo il punto. Anche le critiche più dure riconoscono che il film osa dove altri adattamenti hanno levigato.
2. Perché Margot Robbie e Jacob Elordi dividono (e funzionano).
C’è chi li ha criticati prima ancora dell’uscita: “troppo glamour”, “troppa differenza di età”, “troppo belli”. Ma sullo schermo la loro chimica è innegabile. Piacciano o no, tengono la scena. E il cinema vive anche di questo.
3. Perché è un classico riscritto, non imbalsamato.
Sì, Fennell taglia, cambia, provoca. Sì, elimina parti del romanzo. Ma lo fa per dialogare con il presente. È un adattamento che mette il libro “tra virgolette” e lo rilegge con lo sguardo di oggi: più erotismo, più corpo, più tensione.
Può far storcere il naso ai puristi, ma riavvicina il pubblico a un classico intramontabile, che merita di essere letto.
4. Perché è un film che osa visivamente.
Esteticamente è un film potentissimo. Fennell trasforma il classico in un’esperienza visiva contemporanea, fatta di immagini audaci, sensualità esplicita e scelte stilistiche che rompono con il tradizionale film in costume. Forse non è l’adattamento più fedele, ma è sicuramente uno dei più innovativi. E già solo per questo vale il prezzo del biglietto.
5. Perché il cinema va vissuto, non solo commentato su TikTok.
Il film sta già dividendo l’opinione pubblica. E proprio per questo vale la pena vederlo. Per farsi un’idea propria. Per discutere. Per uscire dalla sala e dire: “Mi ha sconvolta” oppure “Non era il mio Heathcliff”. In ogni caso, andare al cinema, soprattutto per un film così ambizioso, è un atto d’amore verso le storie che resistono nel tempo.
La trama del film
Tutto comincia tra le brughiere dello Yorkshire, quando il signor Earnshaw torna a Wuthering Heights con un bambino raccolto dalla strada: Heathcliff, di cui nessuno conosce davvero le origini.
Cresciuto come un intruso tollerato più che come un figlio, Heathcliff trova in Catherine Earnshaw l’unico luogo in cui sentirsi riconosciuto. Tra loro nasce un legame feroce e assoluto, fatto di complicità e ribellione, che sfida ogni regola e gerarchia.
Ma quando Catherine sceglie di piegarsi alle aspettative sociali e sposa il rispettabile Edgar Linton, l’equilibrio si spezza.
Heathcliff scompare, lasciando dietro di sé rabbia e ferite aperte. Anni dopo ritorna, trasformato e determinato a regolare i conti con chi lo ha escluso e umiliato. Da quel momento, l’amore che li univa si trasfigura in una spirale di vendetta e ossessione, trascinando con sé non solo Catherine, ma anche chiunque graviti attorno a Wuthering Heights, in una catena di conseguenze che continuerà a farsi sentire ben oltre la loro stessa vita.
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Con Affetto
VIOLETTA AVRIL 💜
Autrice della Serie: Gli Incorreggibili
Guarda il trailer di Cime tempetose di Emerald Fennell

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